giovedì 29 settembre 2016

Buonanotte, Noodles.


 Caro Noodles, mi è capitato oggi di sbrigarmi per tornare a casa.

Non ce ne era motivo, ma era come se dovessi fare presto per venire a darti da mangiare. Sono arrivato, sono entrato con la macchina in giardino, al solito mi è venuto spontaneo cercare la tua sagoma fra quelle dei tanti gatti che ormai da anni popolano la nostra casa. Tu non c’eri. Come non c’eri stato la sera prima, al ritorno dal mare. Io sapevo che saresti spuntato da qualche parte, come facevi sempre. A volte, te ne stavi a capo di quel comitato d’accoglienza cui manca solo di alzare cartelli al nostro ritorno, dal lavoro, da una breve vacanza, ieri dal mare. Cartelli con su scritto “Bentornati!” o, più prosaicamente: “Bastardi, era ora che vi ricordaste di noi!”.
Da quel giorno in cui ti prendemmo, dentro una scatola di cartone, con tua sorella, sono passati più di tre anni. Era un primo maggio, passato fra cibi biologici e tavoli di solidarietà, fra vino e libri. Tua madre era morta e cercavano qualcuno che si prendesse cura di due minuscoli esseri quali eravate tu e tua sorella. Ti si dava il latte con una siringa, siringa che, per te, non c’era bisogno di premere: succhiavi quel latte con una forza impensabile. E poi, con la nostra Lepa che da poco aveva partorito tre cagnolini, non avevi problemi a ciucciarle latte, mentre la accarezzavo e tenevo quelle piccole "belve" dei suoi cuccioli chiusi in cantina, che non ti avrebbero certo permesso di startene comodo lì, a scorazzarle sulla pancia! Tua sorella non ce la fece, troppo debole e troppo poco disperatamente attaccata alla vita, come invece ti dimostrasti tu.
Ti viziammo già da allora, ma eri un piccolo orfanello, vittima di un grave deficit di “accudimento” e tu, ogni volta, ce lo ricordavi, facendo il “pane” e attaccandoti ai nostri maglioni come fossimo Lepa di quei giorni. Fra i cuccioli di Lepa c’era Vago, che tenemmo e che divenne nostro e tuo grande amico, anche se, quando entravate in casa a coppia, come due gringo in un saloon, lui ti andava sempre a fregare rimasugli di cibo nella tua ciotola. Ma lo tolleravi, con l’aristocrazia tipica del gatto che si chiede, facendo le proprie pulizie sulla sua poltrona:”Ma ‘sto plebeo di cane, che ci fa qui?”
E adesso?
E adesso basta. Ti sei preso tutta la scena come meglio non avresti potuto. Tu non sei sparito come gli altri, senza lasciare una traccia, un biglietto, un verso, no... tu sei rimasto qui, fino alla fine. E ti ho trovato. Non è stato bello, sai? No, non è stato bello andare verso la cantina per posare cose e vederti, piccola macchia bianca nell’oscurità, giacere a terra senza vita. Altri, prima di te, sono spariti nel nulla, lasciando ferite mai completamente rimarginate. Gastone, Mocciolo, Virgola... tu no, tu sei rimasto. E ti ho trovato.
Si, adesso basta con il solito tornare a casa e sbirciare, fra parole di circostanza, se ci sei o no. “Prendete gli zaini, le buste della spesa le prendo io” e, con la coda dell’occhio ma soprattutto del cuore, vedere se spunti da qualche parte, da un cespuglio, da dietro un vaso, dal tetto, da sotto un tavolo, da sopra una gatta. Basta.
Basta col cercarti fra mille sensazioni, basta col pensarti fra i mille pericoli di una vita davvero felina, una o tre, cinque o sette vite che importa? C’eri, tornavi, ti si rivedeva, tutto svaniva in un lampo: “Oh, ecco il buon Noodles!”. Eri ancora tu, come sempre, tutto poteva riprendere coi soliti ritmi del tuo viverci accanto.
Basta con la poltrona che avevi fatto tua ma che spesso nemmeno ti bastava, ne volevi altre, le nostre, quasi a dire: “Se vi ci mettete voi, perché non io?”. Basta con le sfiancanti richieste di cibo, mai abbastanza per te, per poi chiedere di uscire che le gatte, là fuori, aspettavano. Basta con il tuo fare da despota, imperatore dei gatti, re incontrastato che nessuno poteva scalzare dal trono. Tante le tue vittime, forse ti avranno anche odiato. Milady, la tua gatta preferita, no.


Con lei, spesso ti affacciavi alla finestra, a spiare cosa avveniva all’interno della casa, pronto a sfruttare il minimo errore, una finestra socchiusa, per entrare e, guarda un po’, chiedere cibo.
Sei stato un grande, Noodles. Ma, come nel film “C’era una volta in America”, avessimo puntato su di te, avremmo perso. E oggi, abbiamo perso.
Ora c’è un salice a farti compagnia. E’ piccolo ma ha buone radici. Se avrà la tua stessa voglia disperata di vita, ce la farà. E ti terrà accanto, in quel letto che ti ho preparato stamattina, all’alba, una scatola avvolta in un telo a ripararti dall’umidità. Un letto annaffiato dalle nostre lacrime, che uscivano inarrestabili e improvvise e così dolci per te, nel ricordo delle tante risate assieme. Dalla "tua" finestra, adesso quel salice si vede bene. Da quella finestra, continueremo a cercarci.
Che la terra ti sia lieve, buon Noodles. E che sappia custodire tutto di te, come un segreto dentro una piramide.







p.s. Ti ho messo del cibo, accanto. Dovessi mai svegliarti, avresti sicuramente fame. Buonanotte, Noodles.
 



giovedì 28 aprile 2016

Viaggi da sogno

Si è appena concluso un viaggio di conoscenza in Serbia e in Kosovo e Metohija, nato dalla collaborazione fra la Società Geografica Italiana e l’associazione Un Ponte per... Il viaggio, cui hanno partecipato 36 persone, ha toccato i maggiori centri culturali del paese.
Dalla breve visita, a Belgrado, del Kalemegdan, con lo spettacolo della confluenza dei fiumi Sava e Danubio, fino alla Skadarlija, con i suoi caratteristici ristoranti ancora oggi méta preferita di artisti e poeti...

Belgrado, Skadarlija: ristorante nella strada degli artisti

Kragujevac, Spomen Park: "le ali spezzate"

... da Kragujevac, con la visita allo “Spomen Park”, memoriale delle vittime dell’ottobre del 1941, quando migliaia di persone furono trucidate dai nazifascisti, fino alla città di Kraljevo... dal monastero di Studenica, fondazione del capostipite della famiglia reale Nemanjić, che guidò lo stato serbo medievale per quasi tre secoli, passando per la valle dell’Ibar, la “dolina jorgovana”, la valle dei lillà, fatti piantare dal re Uroš per la futura sposa franco-italiana, regina Elena d’Angiò (Jelena Anžujska), fino al Kosovo e Metohija, con le visite ai maggiori esempi di quel patrimonio culturale serbo-ortodosso perennemente in pericolo. Il viaggio si è concluso con la visita al monastero di Ravanica, fondazione del knez Lazar Hrebljanović, eroe della battaglia del Kosovo le cui spoglie sarebbero contenute nel sarcofago a destra dell'iconostasi. Il monastero sorge lungo la valle del fiume Morava la cui scuola, detta “scuola della Morava”, caratterizzò le altre fondazioni sorte in quella parte di Serbia, tutte risalenti al tardo secolo XIV, inizio del XV, canto del cigno dell’epopea medievale serba.
La conoscenza degli affreschi nelle chiese dei monasteri di Studenica e di Visoki Dečani, del patriarcato di Peć, del monastero di Gračanica e della Bogorodica Lieviška a Prizren (la Vergine Madre di Lievis, con il restauro del famoso affresco della Madonna con Bambino nutritore distrutto nel pogrom del marzo 2004); le visite all’unica fondazione dello zar Dušan, i santi Arcangeli vicino Prizren...

visita al monastero di Studenica

Studenica, chiesa della Vergine: la finestra dell'abside

Studenica, chiesa della Vergine: l'esterno

patriarcato di Peć, gli affreschi

patriarcato di Peć, esterno

Prizren, la Bogorodica Lieviška:
l'affresco restaurato della Madre col Bambino nutritore

l'affresco restaurato

Prizren, la Bogorodica Lieviška:
l'affresco di Stefan Nemanja tra i due figli, Sava e Stefan

santi Arcangeli, Prizren: un momento di relax, fra una rakija e... l'altra!

monastero di Gračanica, l'esterno

... o alla torre di Gazimestan, luogo simbolo della battaglia del Kosovo del 1389 ma anche luogo dove Slobodan Milosević 


sulla torre di Gazimestan
tenne il discorso davanti a un milione di serbi nel 1989, a 600 anni di distanza dalla battaglia, hanno portato il gruppo fin dentro la storia di questo paese, sempre tormentato dalle tensioni tipiche di un luogo perennemente in trincea.

Ovviamente, costante è stato il ricordo del passato storico più recente, legato alle guerre degli anni ’90 che hanno sconvolto la Jugoslavia, fino all’aggressione della Nato del ’99, la cui ricostruzione ha offerto una chiave di lettura diversa da quelle ufficiali, suscitando l’attenzione ma, spesso, anche la sorpresa dei viaggiatori, molti dei quali all’oscuro di molte verità scomode per chi, quell’aggressione, l’ha portata a termine senza troppi scrupoli.



Gračanica, monumento ai "desaparecidos" serbi

A questo va anche ricondotta la visita veloce, occasionale ma molto intensa e commossa, del recente monumento agli scomparsi serbi a Gračanica, sulla via del ritorno verso Kraljevo, che ha dato modo di affrontare la questione delle violenze che la popolazione serba ha subito ben prima dei bombardamenti della Nato, fatto tenuto all’oscuro dai media internazionali, italiani in primis.


L’accoglienza con cui è stato accolto il gruppo nei vari luoghi così sacri alla cultura serba è stata fra le migliori, come sempre del resto, indice di una amicizia di anni che ci fa sentire a casa quando siamo, ad esempio, fra i monaci di Dečani.

monastero di Visoki Dečani: foto di gruppo

monastero di Visoki Dečani: liturgia della domenica delle palme
Non sono mancati momenti di leggenda e poesia, come la visita alla chiesetta di legno originale del XVI secolo, nel cimitero del villaggio serbo a Goraždevac; oppure il percorso introduttivo alla breve ma intensa visita a quella che fu la fondazione della regina Jelena Anžujska, vero e proprio gioiello recuperato dallo stato di degrado e abbandono nel quale era ridotto agli inizi del secolo XX, dopo quasi cinque secoli di dominazione turca, due guerre balcaniche, una guerra mondiale.




Rosa D'Amico nel pullman, sulla via per Gradac



monastero di Gradac, la fondazione di Jelena Anžujska



Gradac, l'interno

Ha accompagnato il gruppo Alessandro Di Meo, volontario e componente del Comitato Nazionale di Un Ponte per... che, col suo Dottorato di Ricerca sulla tutela del patrimonio culturale a rischio estinzione nel Kosovo e Metohija, ha offerto lo spunto al prof. Franco Salvatori, direttore del Dipartimento di Scienze Storiche, Filosofico-Sociali, dei Beni Culturali e del Territorio dell’Università di Roma “Tor Vergata”, per anni anche presidente di Società Geografica Italiana, per organizzare un viaggio proprio nei luoghi oggetto dello studio. Da segnalare, anche il valido e prezioso contributo del prof. Tommaso Caliò, docente di Storia del Cristianesimo e la presenza della gentile e splendida Valeria Mencucci, punto di riferimento per tutto il gruppo.












Gradac, momenti di tenerezza...

L’entusiastica adesione di così tante persone, tutte molto preparate culturalmente e per questo molto curiose e affamate di conoscenza, non poteva non richiedere la presenza di una studiosa esperta di arte medievale serba e dei rapporti con l’arte italiana: Rosa D’Amico. La presenza di Rosa, la sua disponibilità, la sua preparazione, il suo amore verso quegli esempi artistici, oltre la passione per la questione serba che, di certo, molto la accomuna con Alessandro Di Meo e con Un Ponte per... in Serbia, è stata tanto essenziale quanto elemento che maggiormente ha contribuito a rendere il viaggio indimenticabile per chi vi ha partecipato.


Gradac, "saldi" di... inizio stagione!

Ci sono stati anche momenti più leggeri, specie nei negozietti dei monasteri, presi d’assalto quasi fossero centri commerciali nei giorni di saldo dove, grazie anche alla presenza di Novka, nostra amica e sorella serba che ha aiutato nelle questioni più pratiche, si sono potute acquistare tante piccole testimonianze di questo viaggio; così come non sono mancati riferimenti alle attività che ancora oggi Un Ponte per... porta avanti in quelle terre: dalle recenti forniture di serre per l’agricoltura a famiglie in difficoltà lavorative del comprensorio di Kraljevo e dei villaggi serbi del Kosovo e Metohija, all’organizzazione di vacanze estive per bambini in situazioni di disagio sociale; dai pozzi artesiani realizzati coi monaci di Dečani, ai moltissimi sostegni a distanza per famiglie povere, sempre molto preziosi e semplici da attivare.


Kraljevo, iniziativa Un Ponte per: serra già in funzione
C’è stato tempo anche per illustrare un piccolo sogno, che potrebbe divenire realtà con l’aiuto di chi leggerà queste poche righe: la ricostruzione simbolica di una delle 14 piccole chiese del villaggio di Velika Hoča, nel cuore della Metohija, che non si è potuto raggiungere in questo viaggio. Sarebbe giusto, oltre che altamente simbolico, ricostruire là dove tempo, tragedia, violenza e abbandono hanno distrutto. Come a significare che la Cultura, l’Arte, la Fratellanza, avranno alla fine sempre la meglio sulla barbarie. Di questi tempi, realizzare un sogno come questo non sarebbe male.


a destra, monastero di Ravanica, la "scuola della Morava":
Rosa D'Amico indica... la luna!









p.s. Una buona notizia: c'erano le elezioni in Serbia, domenica 24 aprile. Una nostra cara amica, Sanda Rašković Ivić, già ambasciatrice di Serbia in Italia, è stata eletta insieme ad altri 10 deputati del suo partito, di cui è segretaria, nel nuovo Parlamento serbo. Una piccola speranza in più per il Kosovo e la Metohija.

giovedì 31 marzo 2016

Buonaser(R)a!


A Kraljevo, vado a trovare Mijo, che non vedo da tempo.

Mijo è stato costretto a fuggire dal Kosovo e Metohija nel giugno del ’99, dopo la fine dei bombardamenti della Nato e il ritiro delle truppe serbe dal Kosovo.

Ha dovuto lasciare la sua casa, a Belo Polije, vicino Peć, costruita con anni di sacrifici. Tutte le volte che siamo tornati insieme da quelle parti, dall’auto me l’ha sempre indicata: ogni volta le mancava una parte, portata via dai razziatori, distrutta per sfregio. L’ultima volta che siamo stati insieme non si è neppure voltato a guardarla. Persa per sempre, insieme al Kosovo, alla Metohija, a quella vita fatta di anni di lavoro, tanto lottare, tanto soffrire.

Una casa Mijo se l’è costruita pure a Kraljevo, una casa per la sua famiglia: Mira, la moglie e i tre figli, Radoš, Josif, Jovana. Lui non ha mai smesso di lottare per un futuro migliore da offrire loro. In questi anni, noi di "Un Ponte per…" gli siamo stati sempre vicini, sia con la semplice solidarietà e amicizia, sia con i sostegni a distanza. Ma lui non s’è adagiato sugli aiuti e ha lottato con ogni mezzo.

Di Mijo ho raccontato nei miei libri. Nel marzo del 2004 era tornato a Belo Polije per sistemare alcune faccende legate a sue vecchie proprietà, ma fu preso in mezzo ai disordini del pogrom antiserbo-ortodosso che fece altre vittime e causò la distruzione di molta parte di quel patrimonio culturale di cui pochi sembrano ricordarsi quando, oggi, si chiede l’ammissione del nuovo Kosovo, di questo nuovo Kosovo albanese monoetnico, addirittura nell’Unesco. Pochi sembrano ricordarsi dei continui pericoli che corrono i monasteri, testimoni di una cultura millenaria, quella serbo-ortodossa, appunto, che si vorrebbe cancellare.

Mijo mi racconta di come la vita sia comunque difficile, anche dopo diciassette anni da quei bombardamenti. E’ stato nei mesi scorsi in Russia, a lavorare come muratore. Vitto, alloggio, viaggio, ma la paga ha lasciato a desiderare e quello che ha riportato a casa non è servito a molto. Ha un pezzetto di terra, Mijo, che lavora aiutato dalla moglie e dai figli, terra che potrebbe dargli di più... “Dalla Norvegia hanno comprato delle serre da donare al comune di Kraljevo, ma non sono molte e non è facile entrare in quelle liste!”.



Il modello di una serra con moduli da 1,5 metri
Pare costino più di mille euro l’una, ci sembra troppo... “Con cinquecento euro se ne può realizzare una molto buona, ottima per una famiglia!”. Con noi c’è Novka, la mia sorella acquisita, rimasta senza lavoro dopo la chiusura definitiva della fabbrica di elettrodomestici Magnohrom. Anche Novka si dice convinta che le serre possano costare di meno. Così, nasce l’idea.

Ci siamo messi al lavoro e dopo solo qualche mese eccoci qui, a comprare serre per famiglie di Kraljevo fra le più bisognose. Abbiamo inserito anche le famiglie di Mijo e Novka nella lista preparata in collaborazione con la Croce Rossa Serba di Kraljevo.
Dopo un sopralluogo con un amico, Roberto, esperto di agricoltura biologica e sostenitore delle attività di "Un Ponte per..." in Serbia (Roberto ha anche ospitato, negli anni scorsi, dei ragazzini durante i periodi estivi, nelle nostre iniziative di ospitalità), abbiamo preso accordi con una ditta di Čaćak, disponibile anche a incontrare le famiglie e mostrare loro il corretto uso della serra scelta, una serra con una forte struttura e ottimo nylon di copertura, garantito 4 anni, con un sistema semplice di irrigazione, semplice ma esistente e compreso nella fornitura.

Con Roberto e Sneža, "ex" ragazzina ospitata in Italia
Il costo, che si aggira fra i seicento e i settecento euro, dipende dalla misura, scelta in base alla grandezza del terreno dove la serra andrà montata.

Dieci famiglie del comprensorio di Kraljevo, alcune fra quelle sostenute a distanza, stanno ricevendo in questi giorni le serre. Dal nulla, avranno una serra da poter utilizzare subito, allungando il ciclo produttivo di almeno quattro mesi. Non è poco, per chi ha poco. Non è poco nemmeno per noi, che cerchiamo di esaudire al meglio le volontà del nostro amico Giuseppe, che sarebbe contento di vedere realizzate queste cose cui teneva così tanto.
Tipologia di serra scelta - dimensioni 9/12 x 5 x 2,5h
Ma altre dieci famiglie dei villaggi serbi del Kosovo e della Metohija potranno presto ricevere lo stesso regalo. I nostri amici monaci a Dečani ci diranno come organizzare al meglio il trasporto. Forse qualche serra andrà a stare vicino a qualcuno dei pozzi realizzati in passato da quelle parti, acqua per tante famiglie escluse dall’approvvigionamento di questo bene primario. Noi gliela abbiamo portata, scavando pozzi in quella terra che è sempre stata anche la loro terra: il Kosovo e la Metohija.
Inutile dire che con il vostro sostegno potremmo acquistarne altre, di serre. Per aiutare davvero in maniera concreta e senza troppa retorica tante persone che dalla terra ancora si aspettano qualcosa. Dalla terra, forse anche dal futuro. Cosa rara di questi tempi.

Serre montate su un terreno e già funzionanti


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Per contribuire, vai al sito: http://www.unponteper.it/sostienici/ oppure con bonifico:

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causale: serre in Serbia


martedì 15 marzo 2016

12 Marzo.


Dai monti intorno, fuochi si chiamavano, l’uno con l’altro, come a darsi segnali di primavera.
Le potature venivano bruciate, perché era l’ora della fioritura. A Marzo, tutto rifiorisce, ma io sentivo i ricordi assalirmi.
Dolci, come sguardi affabili, amari, come lacrime ad accoglierli, preparavano la strada che, dopo aver dribblato le montagne, giungeva alla pianura dove, come d’incanto, come fuoriuscisse dalle viscere della terra, appariva il Circeo.
La via Appia, vista da ponte Maggiore
Mi sono fermato sul ponte, detto “maggiore”, quello delle corriere, quel ponte da dove, piccolo e pieno di speranza, attendevo di vederti apparire da lontano, su quella vecchia 600 bianca, la domenica mattina. Qualche volta erano attese vane, qualche volta era la gioia. Mi sono fermato ancora una volta oggi, che ho molti più anni di quanti ne avevi quando te ne sei andata via. Ma i miei occhi sono gli stessi di allora, loro gli anni non li contano se non negli occhi degli altri. E troppe sono le auto che girano, oggi, su quel ponte: così non vale.

Sono passato per quella casa, che chiamavamo “rosa”, la stessa di allora, vicino al cimitero, con i suoi ruderi e l’incrocio dei piccoli fiumi, dove piccole orate dai mille colori pescava con la rete papà, in domeniche infinite, lontani da tutto, anche da quel futuro insospettato, che ci avrebbe gelato.




casa "rosa"...
Le mimose non ci sono più, quelle mimose che ti avrei regalato negli anni, senza averne soddisfazione in cambio. E poi....
E poi i fiori e la pulizia delle lapidi, poi le “ciuppette”, il pane ferrarese e poi la stradina per il mare.
Il Circeo visto da porto Badino

Eccolo il mare, con quella sabbia dorata che, dopo drenaggi di scempio a nasconderla, torna alla luce, come una volta, quando si facevano piste da giocare con palline di paglia costruite dal vento per la nostra fantasia, quella di un tempo andato, davanti a onde increspate e isole lontane visibili nell’aria pulita sferzata, anche lei, dall’incrocio dei venti.
Poi, il ritorno. Ho comprato le mozzarelle, le ho mangiate la sera con la mia famiglia di oggi. Erano buone, come sempre. Oggi è stato il tuo compleanno. Auguri, ma'.




giovedì 28 gennaio 2016

La principessa Anastasija



In Kosovo e Metohija c’è una principessa. Il suo nome è Anastasija, nome da vera principessa. Quando la incontri ti inchini per guardarle bene gli occhi, meravigliosi. Quando ti inchini, lo sai che non è un gesto di sottomissione ma solo l’unica possibilità di ricevere la giusta attenzione.
Anastasija, la principessa, è figlia di un re e una regina. Intorno a lei crescono due fratelli, piccoli principi. Quando si spingono sull’altalena che il re ha costruito per loro, sembrano andare a cavallo, col vento fra i capelli verso un orizzonte felice. Che appare e poi scompare, nell’incertezza della vita...



Un giorno, dei cavalieri lontani hanno portato loro in dono calici di acqua zampillante, che i nemici del loro regno avevano fatto mancare, deviando corsi di fiumi e di sorgenti. Altri cavalieri, sempre da lontano, avevano inviato loro provviste per l’inverno, che da quelle parti sa essere duro e crudele.
La realizzazione di un pozzo artesiano a casa di Anastasija
La principessa Anastasija li ringrazia sempre, donando loro preziosi sorrisi e dolcissimi sguardi, di miele rivestiti.
Ma l’inverno è ancora lungo, freddo, nemico. La principessa non sa se il re e la regina riusciranno a scaldare il piccolo castello, così accogliente, così prezioso, nel quale vivono, circondati dal pericolo.
Il re e la regina, preoccupati, sognano un futuro migliore e più sicuro per i piccoli principi. E una reggia, una vera reggia, per la loro principessa.
La favola non deve finire, non può. Deve continuare e dovrà avere il suo finale, bello, felice, degno di una vera favola. Ma per questo, servono altri cavalieri, senza paura, guidati dal solo desiderio di veder sorridere i meravigliosi occhi verdi di Anastasija, la principessa che vive nel Kosovo e Metohija.




Anastasija Lazić vive a Koš, villaggio vicino Osojane, piccolo paese abitato da serbi, nell’attuale Kosovo monoetnico, dove la parola Metohija non può essere pronunciata. Ma Metohija è la storia che vive, Metohija è la cultura di un popolo che non può essere cancellata. In questo villaggio, i genitori vivono e resistono isolati e ghettizzati, come tutti i serbi del Kosovo monoetnico albanese. Anastasija è inserita nel progetto di sostegno a distanza che Un Ponte per... porta avanti anche fra i villaggi serbi del Kosovo e della Metohija, con la collaborazione dei monaci del monastero di Visoki Dečani, quel monastero dove militari italiani sono ancora dislocati a difesa delle sue mura. Dove gli stessi militari non hanno però impedito che quelle stesse mura fossero imbrattate con scritte pro Isis–Daesh e pro Uck (famigerato esercito di “liberazione” del Kosovo) da fanatici fondamentalisti islamici albanesi, solo pochi mesi fa. Aiutiamo queste famiglie a resistere in quella che, da sempre, è anche la loro terra. Un Ponte per.. ha realizzato anche un pozzo artesiano per molte famiglie di quelle zone, compresa quella di Anastasija. Forse, riuscirà a realizzare anche delle serre per una produzione agricola sostenibile, che possano creare una possibilità di sostentamento in più per queste famiglie isolate e dimenticate.

(Per sottoscrivere un sostegno a distanza in Serbia o in Kosovo e Metohija, visita il sito: www.unponteper.it oppure scrivi a: sostegni@unponteper.it )

mercoledì 27 gennaio 2016

Un pallone sgonfiato





E’ di questi giorni la foto del bambino profugo con la maglietta di Messi sulle spalle, in realtà una busta di plastica a strisce bianche e celesti con sopra disegnati a mano numero e nome del campione argentino del Barcellona. Il bimbo è di spalle, non se ne vede il volto: secondo alcuni blog in Turchia, è iracheno e vive nella regione di Dohuk, in Iraq; per altre fonti invece sarebbe siriano.

Lo staff di Messi si starebbe interessando alla storia, cercando di trovare il bambino per aiutarlo. La foto ha fatto il giro del mondo, è divenuta virale. Speriamo davvero possano trovarlo quel ragazzino: per lui, forse, ci sarebbe qualche possibilità per una vita migliore.


La storia di Aleksandar, 10 anni, non farà il giro del mondo. Anche Aleksandar metterebbe volentieri la maglietta di Messi sulle spalle o, forse, quella di Cristiano Ronaldo, anche se ad Aleksandar basterebbe quella dello zio. Lo zio, Dejan, è stato un bravo calciatore Jugoslavo, ed ha giocato anche all’estero. Aleksandar avrebbe voluto seguirne le orme e chissà, magari andare oltre, giocando nei campionati maggiori, in Italia, in Inghilterra, in Germania o in Spagna. La passione per il calcio è così forte... Ama molto giocare con i suoi animali, Aleksandar, che cerca di non far scappare da quella casa, sulla strada che da Kraljevo passa per Beranovac, dove ci sono gli alloggi dei profughi dal Kosovo, fra i quali molti di quelli che hanno mandato i loro figli in Italia, anni fa, in iniziative di Un Ponte per... Anche Aleksandar sarebbe dovuto andare al mare una volta, inserito in un’iniziativa di Un Ponte per...

Ma Aleksandar ha avuto un problema a una gamba proprio quest’estate. Improvviso, inatteso, crudele. E poi l’ospedale, e poi l’operazione e poi una gamba che rimane più corta dell’altra.

Così, è rimasto a casa coi suoi amici animali, Aleksandar, quegli animali che, a volte, tiene legati per la disperata paura di perderli. Speriamo l’anno prossimo possa andarci al mare e farci avere uno di quei disegni che i ragazzini ci mandano, ogni anno, come saluto. Disegni così meravigliosamente semplici, così meravigliosamente veri.


Adesso i medici gli hanno detto che dovrebbe nuotare, gli farebbe bene alle gambe e gli hanno anche suggerito che, così, potrebbe diventare un campione nel nuoto, forse, un giorno. Ma Aleksandar non sa nuotare, dovrebbe imparare e, al solito, i soldi per tutto ciò che appare superfluo quando si vive nell’emergenza, non ci sono. Vive con il padre e i nonni, in una casa povera e malmessa, Aleksandar. La mamma se ne è andata via, anni fa, quando lui aveva appena pochi mesi. Storie di sopravvivenza, storie di abbandoni, dolorosi, a volte, incomprensibili, inaccettabili.

Il desiderio di Aleksandar, era far vedere alla mamma quanto sarebbe stato bravo col pallone fra i piedi. Un sogno svanito. Il pallone di Aleksandar si è improvvisamente sgonfiato.


Aleksandar è inserito nel progetto di sostegno a distanza che Un Ponte per... porta avanti da 15 anni con famiglie disagiate del comprensorio di Kraljevo, Serbia del sud, dove a migliaia furono sistemati i profughi dal Kosovo, dopo i bombardamenti della Nato del 1999. Di loro nessuno ricorda nulla, nessuno sembra ricordarsi più. Un Ponte per.. no. Un Ponte per... non li ha dimenticati. Erano i profughi invisibili, così li chiamammo e invisibili sono rimasti. Almeno Aleksandar, speriamo possa divenire visibile. Almeno Aleksandar e altri ragazzini come lui, speriamo non vengano dimenticati. Hanno bisogno di un nostro piccolo aiuto. Noi ci siamo: e tu?


Per i sostegni a distanza in Serbia, Kosovo e Metohija, contatta: www.unponteper.it


mercoledì 18 novembre 2015

Il gioco del "com'era e come è"

C'è un gioco che potremmo fare, quello del “come era e come è”.

Un gioco che aiuterebbe a comprendere meglio, certo: mai a giustificare o legittimare, gli efferati attacchi di Parigi su persone inermi e innocenti. Basterebbe mettere a confronto immagini dell’Afghanistan di ieri, magari quello al tempo dell’Unione Sovietica, con immagini di oggi, anche legandole alla condizione della donna, tema giustamente sempre caro a tutti; oppure, immagini del’Iraq di Saddam e quello di oggi.

Il gioco potrebbe continuare per molto purtroppo: immagini della Libia di Gheddafi raffrontate con quella di oggi; o della Siria di Assad prima dello scoppio della sanguinosa guerra civile che ha preso spunto da sacrosante richieste di maggiori libertà per poi essere strumentalizzata dalla lotta armata del fondamentalismo, inizialmente molto ben visto da USA/UE in chiave, appunto, anti Assad. Ma erano ben viste anche le fazioni che volevano la morte di Gheddafi, così come quella di Saddam o il cambiamento in Afghanistan, così come nel più recente colpo di stato definito subito "legittimo" in Ucraina, contro l'oppressione della Russia del "dittatore" Putin. Lascio stare, ora, la Jugoslavia.

In questo gioco, piede di porco col quale scardinare “regimi” invisi all’occidente sono da sempre i diritti umani, sbandierati e rivendicati in base alle convenienze degli attori in campo.

Nessuno si sogna di avere tante attenzioni per gli stessi diritti se si parla di Turchia o di Arabia Saudita o di Israele o della stessa Italia (quanti casi di mala giustizia o di morti "accidentali" di persone finite nelle mani delle “Forze dell’Ordine” annoveriamo?). Ma nessuno sembra interessato a questo gioco: potrebbero risultare stridenti tali immagini e poco funzionali alle politiche estere di paesi che oggi piangono lacrime di coccodrillo e che, nelle loro rappresentanze più a destra, ma nemmeno troppo, mostrano muscoli e petti in fuori da contrapporre all’avanzata musulmana.

La storia è in continua evoluzione ma sembra sempre la stessa e nessuno pare averla così ben studiata da evitare errori e scelte sbagliate, ricorrenti e cicliche. Come quella di contrapporsi alla Russia, cosa che, storicamente, è risultata nefasta a molti condottieri del passato, fino a Napoleone e Hitler, semore con prezzi immani di morti e sangue versato. Così, siamo di nuovo alle Crociate, quasi che i Crociati cristiani fossero tutti dei santi inviati a protezione del santo sepolcro (basterebbe andare alla presa di Costantinopoli del 1204 da parte dei Crociati al soldo di Venezia per capire quanto la Fede c'entrasse poco...).

Mai nessuno ci parlerà dei tanti immigrati dall’Africa nera che in Libia, la Libia di Gheddafi, trovavano da vivere guadagnandosi un salario. O di come tanti beni culturali si sarebbero salvati nell’Iraq del malvagio Saddam, quello delle armi di distruzione di massa. E di tanto, tanto altro.

Sono di questi giorni le scuse di Tony Blair, al tempo premier inglese, per la guerra all’Iraq. Dovrebbe suicidarsi, le scuse non bastano. Dovrebbe suicidarsi ma non una: centomila, duecentomila, un milione di volte, neppure basterebbero. Perché sono molte di più le vittime delle politiche dell’embargo, che ha prodotto centinaia di migliaia di morti negli anni a seguire dal 1991, soprattutto fra le fasce più deboli (bambini, anziani, donne). Per non parlare dei bombardamenti successivi, che hanno annientato il paese.

Un po’ come con la Jugoslavia, dove il "malvagio" Milošević, ennesimo novello Hitler, ci dicevano stesse ammazzando migliaia di albanesi kosovari con la pratica a lui più congeniale: la pulizia etnica.

Ci mostrarono, al tempo e dal satellite, aree grandi come laghi, fosse comuni giganti per strati e strati di morti innocenti dove, raccontavano, Milošević faceva gettare i corpi di quei poveracci. Tutto perchè aveva in mente la Grande Serbia, il malvagio, e doveva far sparire tutti quelli che non fossero serbi. Peccato che, a
distanza di sedici anni, di quelle fosse non c’è traccia. Nulla è stato trovato anzi, sono state rinvenute fosse comuni con i corpi di molti serbi, ma anche albanesi contrari alla violenza dell'Uck, rom e tanti altri, spariti molto prima dei bombardamenti. Sedici anni di campo libero in Kosovo per la NATO, per gli USA, per l’UE e per il governo fantoccio (che in apparenza ne controlla il territorio, in realtà controllato da mafie e malavita internazionale) ma nessuno ha mai chiesto scusa per gli errori diciamo così, di valutazione. Un territorio dove oggi fiorisce e si sviluppa, guarda caso, un fondamentalismo islamico che non ha precedenti nel passato dei Balcani, se non al tempo dell’invasione turco-ottomana.

Che, forse, con questo semplice gioco del "com'era e come è" potremmo evidenziare qualche contraddizione nelle politiche estere dei nostri paesi, oggi in lutto, oppure no?

Tutte le contraddizioni rispetto al massacro di innocenti avvenuto in questi giorni in Francia possono riassumersi proprio da quanto, nel silenzio generale, accade da anni in Kosovo e Metohija, apparentemente “liberato” dalle bombe della Nato del ’99 e “normalizzato” dalle successive politiche targate USA/UE.

La regione, sottratta alla Serbia in barba alla risoluzione ONU 1244, con atto unilaterale del febbraio 2008 si è autoproclamata indipendente. Riconosciuta solo da una parte dei paesi dell’ONU (fra i contrari Russia, Cina, Brasile, Argentina, India, Sudafrica, Venezuela, Iran, Cuba e Spagna), vede oggi la componente serba fortemente minoritaria, dopo le espulsioni e i pogrom del giugno 1999 e del marzo 2004 (ma anche dopo tanti capillari, scientifici atti di violenza etnica) vive una situazione di vero e proprio apartheid che coinvolge anche tutto il patrimonio culturale ortodosso (foto 1), ancora in molti casi difeso dalla presenza di contingenti della NATO fra i quali quello italiano (foto 5), molto attivo nelle zone di Dečani, Peć e Priština. Una presenza che, però, non impedisce al fanatismo etnico di lasciare sui muri del più importante monastero serbo-ortodosso, quello di Visoki Decani, scritte inneggianti all’Isis (foto 4). Fatto che, a sua volta - tanto per citare un esempio delle contraddizioni in atto - non ha creato dubbi all’Italia che si è espressa recentemente a favore dell’ingresso in UNESCO (richiesta respinta per pochi voti) del Kosovo monoetnico albanese che, spinto da Albania, USA e alleati NATO, vorrebbe appropriarsi di tutto un patrimonio culturale plurisecolare, straordinaria testimonianza della presenza e della storia serba, anche a tratti gloriosa se andiamo ai secoli del medioevo e molto vicina alle influenze mediterranee.

Un patrimonio che, in gran parte, è stato lasciato distruggere negli anni del dopo bombardamento del ’99 (foto 2/3). Non atti di guerra, quindi, ma di terrorismo vero e proprio che si sono succeduti fino a oggi. Mentre scuole coraniche e moschee continuano a sorgere grazie ai finanziamenti provenienti dai paesi arabi come l’Arabia Saudita o la Turchia e mentre, nel silenzio più assoluto, vengono spesso individuati, raramente arrestati, fanatici che si arruolano in Siria o dove richiesto, a fianco del Daesh-Isis (vedi:
http://espresso.repubblica.it/internazionale/2014/09/05/news/i-nuovi-jihadisti-vengono-dal-kosovo-nei-balcani-ci-sono-20-cellule-terroristiche-1.178937 )In questo quadro, l’Italia riesce a finanziare militari a difesa di quei luoghi sacri che vengono però attaccati da coloro che continua a sostenere in politica estera. Contraddizioni del nuovo (e vecchio) millennio. Il gioco del "com'era e come è" funzionerebbe anche in questo caso. Saluti a tutti.

FOTO 1 - Il monastero di Visoki Dečani, XIV secolo



FOTO 2/3: sopra: esperti dell’UNESCO sulle rovine della chiesa della Santa Vergine di Mušutište , XIV secolo (fatta saltare in aria fra giugno e luglio del ’99, con le truppe della Nato della Kfor tedesche già presenti); sotto: monastero di Dević, XIII secolo – le distruzioni dopo il pogrom del marzo 2004





FOTO 4 - Monastero di Dečani: scritte sul muro di cinta del monastero, inneggianti allo stato Islamico (ottobre 2014)

FOTO 5 - militari italiani in aiuto ai monaci serbi